Hotel d’Inghilterra a Roma

7 min lettura

La rinascita discreta dell’icona del Grand Tour

Tasted by Adua Villa

In via Bocca di Leone, tra la scalinata di Trinità dei Monti e il brusio elegante di via Condotti, Roma ti sussurra all’orecchio storie che conosci già, anche se non sai quando le hai imparate. È la memoria lunga del Grand Tour: giovani aristocratici e artisti che, tra XVII e XIX secolo, venivano qui per completare la loro formazione, lasciando dietro di sé quaderni di schizzi, lettere e amori appena sussurrati. È in questo quadrante di città — da Piazza Venezia al Pincio — che si accendeva la comunità cosmopolita; ed è in questo stesso corridoio di luce che l’Hotel d’Inghilterra ha imparato l’arte più difficile: conservare senza imbalsamare. Entrarci oggi, dopo la riapertura, è come riaprire un libro antico con pagine nuove. L’albergo ha infatti riaperto le porte dopo una straordinaria ristrutturazione, che ha interessato la storica facciata tutelata, gli esterni, le aree comuni e soprattutto camere e top suite, restituendo alla città un’icona rinnovata senza piegarsi all’effetto-cartolina.
La prima cosa che ho notato è stata una correzione dolce del tempo. In reception — riportata nella posizione originaria — ti accoglie la familiarità di un luogo che si conosce da sempre, ma con un nitore nuovo, come dopo un temporale. Poi alzi lo sguardo e ritrovi, nel foyer, una palmiera in gesso che era scomparsa: documenti d’archivio ne raccontavano la presenza; oggi è stata ricreata secondo il progetto originale di Antonio Sarti, l’architetto che nell’Ottocento ridisegnò il palazzo. Non è solo un dettaglio scenografico: è la dichiarazione d’intenti di un restauro conservativo e colto, che sceglie di far riaffiorare — e non di rifare.

C’è un filo rosso che tiene insieme la nuova veste: il Grand Tour come idea e come gesto. Starhotels ha coinvolto il suo network di maestri artigiani all’interno del progetto di mecenatismo contemporaneo “La Grande Bellezza – The Dream Factory”, per restaurare mobili e cornici, reintegrare stucchi, scegliere tessuti e lumi con una cura quasi sartoriale. Nei salotti rinnovati, i velluti e le tappezzerie di Dedar e Rubelli accendono pareti e poltrone; i lampadari storici tornano a vivere accanto a luci firmate da Il Bronzetto, MLE e Zonca Lighting. Anche i fratelli Fersini, restauratori a pochi passi dall’albergo, hanno lavorato su cornici e arredi con foglia d’oro di Giusto Manetti Battiloro. È così che la materia riconquista la sua nobiltà tattile: il passato non viene mascherato, ma lucidato con la discrezione di chi sa che l’eleganza si sente prima di vedersi.

Salendo in camera, la sensazione di “casa” è immediata, ma ogni piano ha la sua voce. Al primo e al terzo i tessuti su misura richiamano gialli senape, verdi, blu profondi e cieli d’aria romana; al secondo piano, la restaurazione è quasi filologica: carte da parati di William Morris riaffiorate e reinterpretate con delicatezza, come quel classico vestito che rifà la piega e — miracolo — cade meglio di prima. In alto, le Executive Suite (80 mq) sembrano appartamenti aristocratici: salotto, sala da pranzo, una camera luminosa, due bagni, e in alcuni casi un wellness corner con sauna e cromoterapia; i french balcony aprono sui tetti, e Roma entra, prende posto, resta a cena. Ancora più su, le Balcony Suite giocano il bianco e nero con geometrie pulite e passamanerie che citano la romanità nelle tonalità ocra, arancio e rosso; tavolini in scagliola fiorentina e balconi arredati come salotti en plein air ricordano che anche lo sguardo ha bisogno di comfort. Io sono stata proprio in una Balcony suite, e dopo essere rientrati nel comfort della vostra camera, Roma è ancora a un palo da te che si vuole far guardare e tu lo fai estasiato. E poi lei, la Penthouse Suite: soggiorno, sala da pranzo col camino ottocentesco, studio, camera, bagni in marmo, bassorilievi di Felice Calchi, velluti italiani, e soprattutto una terrazza privata di 70 mq che scrive — da Villa Medici al Vittoriano — una delle panoramiche più intime della città. E grazie Simona Sacco, Marketing Manager dell’Hotel d’Inghilterra che è stata una splendida guida.
Se cerchi un racconto più tematico, due suite si offrono come capitoli d’autore: la Eternal Iconic — stampe paesaggistiche tratte dalla collezione antica di Studio Puck, sofà in velluto, luce che entra come un personaggio — e la Roman Dream, tutta amaranto e velluti morbidi, con un grande tavolo conviviale che sembra nato per cene private e conversazioni lunghe. Sono camere come salotti, non camerette di passaggio: abitano te e ti chiedono di abitare.

Ma l’hotel non è solo l’arte di dormire bene: è anche l’arte di continuare la giornata. Il Cafè Romano — ristorante storico di casa — è stato ampliato, ricollegato alla lobby e trasformato in un vero salotto romano. Il dehors su via Borgognona guarda la sfilata sottovoce delle boutique, mentre dentro la cucina ha trovato un centro chiaro: Andrea Sangiuliano, romano per nascita e formazione, oggi Executive Chef. La sua carta sceglie stagionalità e km Lazio con rigore: piccole aziende, mercati rionali, il pescato di Anzio quando serve, e una grammatica che sa essere romana e contemporanea allo stesso tempo. È una cucina colta ma leggibile, che lavora a chiaroscuro, come la luce di questi rioni. Io sono stata catturata dal suo fiore di zucca alla cacio e pepe. Imperdibile. Accanto, la pasticceria di Edoardo Volpe: lievitati e cioccolateria, colazioni perfette e dolci che non chiedono effetti speciali per farsi ricordare. Il ristorante è aperto tutti i giorni dalle 12.30 alle 22, per un arco che ti consente di abitare il gusto anche nelle ore di mezzo, le mie preferite per guardare Roma respirare.

C’è poi il Cafè Romano Lounge Bar, un English bar romano (la definizione sembra un ossimoro e invece funziona benissimo): pelle, arte, cocktail miscelati con misura da Angelo Di Giorgi, classici a regola d’arte e twist che non violentano la memoria. È aperto dalle 11 a mezzanotte passata, giusto il tempo per allungare una conversazione. E quando sale la sera, c’è una nuova Terrazza Romana: cocktail bar intimo tra ulivi, limoni e orto aromatico, colori caldi, maioliche smaltate a mano, piccole convivialità disegnate per il tramonto in città. Ogni drink arriva con canapè dello Chef Sangiuliano, pensati per sostenere il sorso più che accompagnarlo. È aperta tutti i giorni, dalle 18 alle 23, anche per chi non è ospite: un invito gentile a prendere parte.

Se la cucina è il racconto del presente, le camere sono la grammatica del passato che torna nuova. Mi ha colpito l’approccio meticoloso: ricerca storica e iconografica, riscoperta dei disegni di Sarti, conservazione degli elementi architettonici, restauro dei mobili d’epoca con mani che hanno memoria; non una scenografia, ma un interno vero. Ed è curioso come, in certi corridoi, si senta ancora la traccia inglese che diede nome all’albergo: già locanda nel Settecento, l’indirizzo divenne rifugio dei viaggiatori britannici — Hotel d’Angleterre — quando Roma chiamava a raccolta la sua “colonia inglese” tra via del Corso e via Condotti. Il logo ispirato al blasone reale lo ricorda senza sbracciare; le liste degli ospiti — da Oscar Wilde a Hemingway, da Audrey Hepburn a Ungaretti — sono l’aneddoto che preferisco non citare a tavola: meglio farli passare in silenzio, come accade ai personaggi davvero inevitabili.
Ho speso del tempo, da curiosa quale sono, a salire e scendere: camere, piani, prospettive. Ogni volta che apri una porta, la tessitura cromatica cambia: l’ocra che scivola nell’amaranto, il verde che tiene insieme l’aria, il blu che non diventa mai notte. E in controluce, la Roma di fuori che riflette la Roma di dentro: il genius loci non è un’invenzione, è un angolo di luce che si muove con te. Ho ritrovato la stessa coerenza nei dettagli: una scagliola che ti guarda dal tavolino, una cornice che non fa la diva, una maniglia che ruota bene (e sì, certe maniglie raccontano più di una brochure). Poi la sera si apre, e la Terrazza ti prende per mano: i drink sono misurati, i canapè funzionali, lo sguardo fa il resto.

Quando un hotel rinasce così, non chiede applausi. Chiede uso. Chiede di essere vissuto: camere come salotti, ristorante come tavola di città, bar come rituale urbano. È la cosa più londinese che possa capitare a Roma, e non stupisce che l’Hotel d’Inghilterra sia stato la dimora discreta delle élite internazionali fin dall’Ottocento. Oggi torna più luminoso — anche nei premi, tra It List di Travel + Leisure e Gold List Condé Nast — ma soprattutto più vero. Perché ha scelto la strada più difficile: ristrutturare senza rifare, aggiornare senza attenuare.
Uscendo, via Bocca di Leone ricomincia quel suo passo felpato. Roma, quando vuole, sa essere gentile. E questo albergo lo ricorda bene: nato locanda nel secolo dei viaggiatori, oggi è hotel del viaggiatore — quello che sa restare, almeno per la durata di un buon sonno e di un buon pranzo. È in quell’intervallo che capisci la differenza tra un hotel e un luogo: il primo ti ospita, il secondo ti appartiene per il tempo esatto in cui gli appartieni tu.
La misura, la luce, la scelta delle mani giuste, la cucina senza compiacimenti: tutto torna. E proprio come accade nei racconti migliori, scorri l’ultima pagina e non hai fretta di chiudere il libro. Rimani lì, un attimo ancora, ad ascoltare il suono che fanno le cose fatte bene. Roma, fuori, fa il resto.

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